Obiettivi

La nostra è una Penisola-catalogo di grandi rischi naturali. Da sempre l'Italia è costretta (all'insaputa di troppi) alla convivenza con catastrofi immani che hanno accompagnato la nostra storia. Probabilmente non esiste al mondo un Paese come il nostro, con caratteristiche morfologiche quasi uniche, con una aggrovigliata geofisica del sottosuolo per la sua natura geologica in gran parte giovane, caratterizzata da terreni argillosi e sabbiosi incoerenti e/o malamente ancorati alla roccia dura e stabile che ci rende tra i Paesi più franosi del mondo (528.903 delle 700.000 frane in tutta l'Ue, ci dicono i geologi, sono italiane).

Questo stato di dissesto si intreccia con una impressionante carenza pianificatoria di superficie, con la quasi scomparsa delle manutenzioni, con abusi del suolo, con la scarsa percezione della dimensione dei pericoli e la scarsa conoscenza dei fenomeni. E’ un mix che amplifica e a volte produce eventi di dissesto, la cui potenza distruttiva viene moltiplicata da errori fatali, primo fra tutti la caparbietà con la quale il territorio più fragile e anche densamente abitato, è stato spremuto come se vivessimo in un'Italia virtuale e priva di rischi incombenti. Dove la regola base della prevenzione strutturale non viene quasi mai rispettata.

Il cambiamento del clima ha cambiato anche il regime delle precipitazioni. Oggi hanno un carattere "esplosivo": in poche ore piove la pioggia che poteva cadere in mesi. Le chiamiamo 'bombe d'acqua', e sono figlie di una meteorologia estremamente variabile che scarica altre emergenze: erosione costiera, cuneo salino, siccità e desertificazione, incendi boschivi. Accadeva anche in passato, certo. Dante descrive nell'Inferno (Canto XXIV) i nubifragi e le alluvioni in Val di Magra. Nel Canto V del Purgatorio racconta la valle dell'Arno che "tanto veloce si ruinò". Leonardo studiò I fiumi e l’assetto del territorio "per fuggire le alluvioni e la ruina" perché "Li monti sono disfacti dalle piogge e dalli fiumi".

Ma l'accelerazione, la frequenza e l'intensificarsi di flash flood con piene-lampo, nubifragi intensi, violenti, concentrati nel tempo e localizzati nello spazio è in linea con le previsioni scientifiche a livello globale. L'unica differenza è che il ritmo è stato più veloce delle previsioni. C'è stato, semmai, un eccesso di ottimismo e prudenza. Noi abbiamo iniziato ad accorgercene, alle nostre latitudini soprattutto dal 1996, l’anno dell'alluvione in Alta Versilia. Prima di allora si registravano rari eventi devastanti. In due anni sono stati chiesti dalle Regioni 21 Stati di emergenza con fabbisogni totali di circa 2.3 miliardi di euro. Non è più possibile parlare di eventi imprevedibili, eccezionali o straordinari: sono diventati ormai ordinari, e a nessuno è più concesso ignorare che se piovono più di 80-100 mm in un giorno, va in emergenza qualche zona.

Basta leggere l’ultimo rapporto ISPRA. Alluvioni e frane sono direttamente proporzionali al livello del dissesto idrogeologico nei territori. Oggi, per fortuna, abbiamo le più sofisticate e avanzate tecnologie disponibili, i software, i satelliti e i radar che agganciano e seguono l'evoluzione di un ciclone o lo spostamento di una frana individuando i punti di caduta e gli effetti possibili. Un vantaggio straordinario rispetto al Medioevo. Ma è al suolo che siamo indifesi. I territori dissestati non reggono più le prove del clima. Basta guardare una foto aerea di alcuni decenni fa per renderci conto di quanto tanti paesaggi, in tante aree, siano stati profondamente trasformati da processi di diffusione insediativa e dall’occupazione di suoli senza paragoni, malgrado la sostanziale staticità demografica. Ogni anno, fra i 150.000 e i 200.000 ettari di territorio naturale vengono impermeabilizzati sotto cemento e asfalto o bruciato dagli incendi. Deteniamo il record europeo nel soil sealing, l’impermeabilizzazione delle superfici naturali: dal 2001 al 2011 aumentate dell’8,8%, abbiamo doppiato la media europea del 4,3%.

Leo Longanesi scriveva "Alle manutenzioni l'Italia preferisce le inaugurazioni". Solo poco più di un terzo dei Comuni mitiga oggi, per tanti motivi e in testa i vincoli del Patto di stabilità, il rischio idraulico. Qualcuno lo peggiora. Nel 42% dei centri abitati non viene svolta regolarmente la manutenzione ordinaria di fossi e corsi d´acqua, canali di drenaggio e scolo.

Paghiamo costi stellari a nostra insaputa. Lo stress ambientale e il dissesto consumano una fetta sempre più elevata del bilancio dello Stato. Sappiamo che 1 euro speso in prevenzione fa risparmiare fino a 100 euro in riparazione dei danni. Ma siamo tra i primi al mondo per risarcimenti e riparazioni di danni da eventi di dissesto: dal 1945 l'Italia paga in media circa 3.5 miliardi. Dal 1950 ad oggi abbiamo contato 5.459 vittime in oltre 4.000 tra frane e alluvioni. Il dissesto idrogeologico è una delle ragioni dell'aumento del gap infrastrutturale nel nostro Paese. Non franano solo terreni o case provocando dei lutti, ma anche strade e autostrade, ferrovie, reti idriche ed elettriche. Il deterioramento del territorio costituisce una voce fortemente negativa nel bilancio economico di un Paese, accumula debito futuro. Anche in una visione strettamente ragionieristica è positivo investire in prevenzione.

L’ora della prevenzione

Per tutto questo abbiamo messo la parola “Fine” all'evergreen tutto italiano che ha vedeva redigere Piani che regolarmente restavano nei cassetti, inapplicati o privi di coperture finanziarie. Prepariamo il più importante investimento in protezione e prevenzione della nostra storia recente. Quella prevenzione che non fa notizia, ma salva vite umane, beni pubblici, e anche il bilancio dello Stato. E’ un obbligo, di fronte alle aree di dissesto presenti nell'81,9% dei nostri Comuni. In 1.121 centri urbani troviamo edifici in aree franose o golenali. Nel 31% dei casi sono sorti interi quartieri. Nel 56% sono nate aree industriali. Nel 20% troviamo scuole, ospedali e municipi. Nel 26% anche alberghi e centri commerciali. Si è costruito abusivamente e legalmente (non fa differenza ai fini del rischio) creando rischi dove prima non c'erano, con incoscienza totale, restringendo alvei di fiumi e torrenti, aumentandone artificialmente le portate e le velocità, modificando le dinamiche fluviali in barba alle leggi dell'idraulica.

Ridurre e gestire il rischio non è un costo ma sono investimenti chiave per far ripartire il Paese, sbloccare economie e lavoro, innescare bellezza e qualità, esattamente come fu il New Deal lanciato dal Presidente Roosevelt per gli Usa dopo la crisi del 1929, che fece perno proprio sul contrasto a frane e alluvioni e sulle grandi infrastrutture acqua per ammodernare facendo ripartire l'occupazione. Per questo siamo impegnati con il Ministero dell’Ambiente a pianificare la prevenzione nel medio periodo per la quale, in questi giorni, è in corso la valutazione delle risorse dal Fondo per lo sviluppo e la coesione del ciclo 2014-20 da impegnare, e la pianificazione degli interventi di difesa dalle alluvioni nelle aree metropolitane grazie ai primi 110 milioni assegnati dal Decreto SbloccaItalia.

Sono 2.943 gli interventi urgenti previsti dai Consorzi di bonifica e di irrigazione per tenere in efficienza la rete di canali scolmatori e di fossi a difesa dei centri abitati, per il contenimento delle piene, per adeguare le arginature e gli impianti idrovori ai bisogni delle aree urbanizzate, per stabilizzare le pendici collinari e montane. I Consorzi si preparano ad una stagione nuova e già oggi investono circa 575 milioni l'anno coperti dai contributi a carico dei 7,78 milioni di consorziati. Coprono però circa il 50% del territorio nazionale (oltre 17 milioni di ettari nei quali rientra tutta la pianura (7,1 milioni di ettari servita da opere di scolo e, di questi, 1,2 milioni di ettari che richiedono il sollevamento meccanico dell'acqua), sorvegliano e lavorano in aree collinari e in una parte minore della montagna in comprensori con unità idrografiche omogenee. Fanno manutenzione e gestiscono un immenso patrimonio di impianti e infrastrutture destinate alla difesa del suolo: circa 200 mila chilometri di canali di scolo e irrigui, 800 impianti idrovori, 22.000 briglie. Ci affiancano nel nostro lavoro di prevenzione e recuperano efficienza e orgoglio.

Insomma, la nuova cassetta degli attrezzi è pronta, bella grande, piena di strumenti per semplificare, di regole certe e controlli seri per rendere permanente prevenzione e buona manutenzione ordinaria del territorio. Per poter gestire l'acqua quando scorre verso valle a gran velocità, restituendo ai fiumi e ai torrenti la loro naturalità perduta, spazi e aree - vasche di laminazione o casse di espansione - dove poter dilagare senza provocare disastri in caso di piena, con esondazioni diffuse ma controllate. Per recuperare capacità di laminazione anche del reticolo minore. Per valorizzate l’ingegneria naturalistica e fare sistema con i progetti dei Contratti di fiume. Non sono pochi i casi nei quali bisogna delocalizzare i beni esposti perché è anche economicamente più conveniente rispetto agli interventi continui di riparazione e di inutili e fragili difese che aumentano i rischi. Delocalizzare annulla il pericolo, recupera aree per la laminazione, permette il recupero naturalistico e riduce i costi economici a lungo termine a fronte di una spesa iniziale che potrebbe anche essere maggiore. C’è bisogno di aumentare la permeabilità delle superfici urbane per far assorbire la maggior quantità possibile di piogge: parcheggi drenanti (pavimentati con un materasso di ghiaia, a griglie sul suolo inerbito), canali filtranti (scoline a bordo strada che immagazzinano le acque di pioggia in un letto di materiale poroso), tetti verdi (potenzialità enormi in superfici permeabili tra edifici civili e industriali ed effetti di miglioramento estetico e paesaggistico), piccoli bacini di laminazione a margine di nuovi quartieri dove l'acqua viene accumulata e trattata con fitodepurazione).

C’è una nuova governance. Oggi, con i Presidenti delle Regioni nominati Commissari di Governo per l’attuazione delle opere previste negli Accordi di Programma 2009-10 per gli interventi di mitigazione del rischio, lo Stato ha iniziato a chiudere una lunga stagione segnata da troppi ritardi e omissioni, promesse e impegni non mantenuti. La politica ci mette la faccia, con una chiara filiera delle responsabilità e con la riorganizzazione della macchina della Pubblica Amministrazione e un nuovo modello di lavoro.

Tutte le Regioni sono coinvolte al massimo livello di responsabilità: politico e di attuazione per accelerare l'utilizzo delle risorse e sbloccare i fondi strutturali europei e statali e i cantieri ancora incagliati per diversi motivi. Riorganizzazione e sburocratizzazione sono già iniziate con la possibilità di considerare gli atti dei Commissari regionali con "dichiarazione di pubblica utilità" sostitutivi anche di "visti, pareri, autorizzazioni, nulla osta e ogni altro provvedimento abilitativo necessario" costituendo dove è necessario e dove non provoca impatti ambientali o di altro tipo, "variante agli strumenti di pianificazione urbanistica e territoriale", fatti salvi i pareri Ministero Beni Culturali se necessari "da rilasciarsi entro 30 giorni". Arginare l'alluvione burocratica e il dominio della burocrazia anche in piccole opere è decisivo di fronte ad un settore che soffre di un sovraccarico di ben 1.300 norme e interventi legislativi statali e regionali emanati dopo la legge-quadro del 1989, interpretati a vario titolo con varie modalità da un altrettanto abnorme numero di 3.600 enti e soggetti competenti a vario titolo sui territori, che spesso non si sono mai parlati e non sono mai stati coordinati e non sono mai stati ridotti, semplificati e messi in rete.

Cantieri sbloccati da risorse recuperate vecchia programmazione

Dalla nascita di #italiasicura sono stati sbloccati 642 cantieri in tutto il territorio per 1,075 miliardi di euro, procedono i lavori per aprire altre opere per 1,330 miliardi della vecchia programmazione.

 

Piano aree metropolitane

Il piano contro le alluvioni nelle città. 1.3 miliardi di euro per opere antialluvioni, i primi 600 milioni già stanziati per le città più a rischio. Il piano è stato presentato il 6 agosto 2015 a Palazzo Chigi dai Ministri Graziano Delrio e Gian Luca Galletti e con Mauro Grassi di #italiasicura.

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